E’ PERMESSO A UN EBREO ENTRARE IN UNA CHIESA?

di rav Haim Fabrizio Cipriani

Un soggetto regolare di discussione e di polemica all’interno della comunità ebraica è quello sull’opportunità o meno di visitare luoghi religiosi non ebraici. Molti, come è avvenuto ancora di recente, criticano la scelta di non fare visitare le chiese ai ragazzi in occasione delle gite scolastiche della scuola ebraica. La spiegazione generalmente fornita è che la Halachà proibisce l’ingresso in una chiesa.
Mi è stato proposto di contribuire al dibattito, cosa che faccio con piacere.

Mi sembra che vi sia un pericolo quando semplicemente si risponde semplicemente che « la Halachà è così ». Questo tipo di risposte suggerisce una concezione della legge ebraica molto rigida e tagliata col coltello anche in zone che non lo sono affatto, come quella in oggetto. Chiarisco che il mio intervento è necessariamente incompleto, questo non è un psak (decisione halachika formale), ma solo un po’ di materiale di riflessione. Ma siccome è stato scritto che « la Halachà è una » , il che non è vero salvo che in pochi casi, è bene chiarire.

Non è affatto chiaro che la Halachà proibisca l’ingresso in chiese e in luoghi di culto non ebraici. Il Talmud, in vari passi, proibisce l’ingresso in luoghi di culto idolatra, permettendolo solo in casi estremi, come per fuggire da un pericolo di morte, il che è confermato dallo Shulchan Aruch Y.D 157:3.
Ma vi è un’opinione talmudica interessante, attribuita a R Yochanan.

חולין • יג ב
אמר ר’ חייא בר אבא א”ר יוחנן נכרים שבחוצה לארץ לאו עובדי עבודת כוכבים הן אלא מנהג אבותיהן בידיהן

TB Hullin 13b
R. Hyia bar Abba disse a nome di R. Yochanan: i pagani che sono fuori dalla terra d’Israele non sono adoratori degli astri, ma piuttosto proseguono la tradizione avita.

Gli idolatri dei suoi tempi non erano quindi da considerare davvero tali, perché non lo erano per convinzione ma per mera ripetizione meccanica di schemi atavici. Ciononostante, è evidente che per buona parte dell’ebraismo talmudico i cristiani erano considerati idolatri. Notiamo anche la differenza fra idolatri dentro e fuori terra d’Israele, probabilmente originata dal fatto che i primi, essendo a diretto contatto con la vita ebraica, avrebbero avuto il dovere di osservare e comprendere, mentre è più normale che gli altri, lontani da un centro ebraico, continuino per pura abitudine ad essere idolatri.

Ora, il problema è il fatto di considerare o meno le chiese come luogo di idolatria. Per quanto riguarda le moschee, il problema è molto minore, o inesistente, perché la purezza del monoteismo islamico non è praticamente mai stata messa in discussione nella letteratura rabbinica.

Per Maimonide nel suo commento alla Mishnà Avoda Zarà 1:3 (cf anche Ilchot Maachalot Assurot 11:7, Ilchot avodat kochavim 9:4) non v’è dubbio:

דע שזאת האומה הנוצרית הטועים אחרי יש”ו אפילו שדתותיהם משונות, כולם עובדי עבודה זרה ואידיהן כולם אסורים
Sappi che la nazione cristiana, […] che vaga sulle tracce di Yeshu, sono tutti idolatri….

Altrove egli proibisce l’entrata in una chiesa, considerando che « è un luogo di culto idolatra, senza dubbio”. Ma va detto che, volendo seguire la stessa fonte maimonidea, sarebbe proibito anche abitare in una città dove vi sia una chiesa, o attraversarla. E’evidente che un uomo dal rigore filosofico di Maimonide non poteva che essere disturbato, e non senza ragione, dal discorso teologico cristiano, dalla fede nella trinità e dall’uso delle immagini. Senza contare che per Maimonide, che viveva in terra musulmana, la differenza fra l’Islam (molto più vicino all’ebraismo dal punto di vista teologico e pratico ) e il cristianesimo doveva essere evidente, accentuando la visione del cristianesimo come culto idolatra. Infatti, nella lettera a Ovadià il Proselita, che lamentava di essere trattato come idolatra dal suo maestro, Maimonide scrive che il suo maestro sbaglia, perché l’Islam non è idolatria. E comunque appare che perfino riguardo al cristianesimo la sua posizione non sia così chiusa, perché in Hilchot Melachim U’Milchamoteihem ammette che il Cristianesimo fa parte della preparazione e della crescita dell’umanità verso la venuta del Messia.

E’ interessante notare che invece, un maestro molto illustre, Menachem haMeiri, che visse nel Medioevo nella Provenza cristiana, sviluppa un’idea rivoluzionaria in senso etico. Siccome i cristiani dei suoi tempi seguivano (o meglio, tentavano di farlo, i risultati, lo sappiamo, erano discutibili) le norme etiche richieste ai figli di Noach, egli non li considera per nulla idolatri, e li inserisce nel gruppo che lui chiama « popoli che si trovano all’interno dei confini della legge », ovvero di una norma che garantisca un minimo di moralità generale (Beit haBechira l’Avoda Zarah, 46 ; ibid.53 ; Beit heBachira l’Gittin 246). In questo caso, le convinzioni teologiche sono messe in secondo piano, e anche l’uso di forme di culto che certamente dal punto di vista ebraico erano problematiche. L’accento è posto sulla comunanza del disegno morale, che chiaramente esiste, se non altro perché tutte queste culture derivano, in modo più o meno diretto, dalla Torà. Il Meiri quindi ritiene che nessuna delle cose che secondo la legge talmudica si applicherebbero ai rapporti con gli idolatri si applica a questi popoli, il Cristianesimo e l’Islam.

Fra queste due posizioni troviamo quella dei maestri della valle del Reno, i Tossafot, espressa in TB Sanhedrin 63b:
“È lecito [far fare un giuramento a un Gentile in un litigio con un collaboratore non ebreo perché], oggi tutti giurano nel nome di santi ai quali non è stata attribuita alcuna divinità. Anche se menzionano il nome di Dio e hanno in mente un’altra cosa [Gesù], in ogni caso non viene detto alcun nome idolatrico, e hanno in mente il creatore del mondo. Anche se associano (shituf) il nome di Dio a “qualcos’altro”, non troviamo che sia vietato far associare (shituf) gli altri, e non vi è alcun problema di porre un ostacolo davanti al cieco (vedi Lev.19: 14) [entrando in contenzioso con il socio d’affari non ebreo, facendolo quindi prestare giuramento] perché i Noachidi non hanno ricevuto divieto al riguardo. ”

I cristiani in parte sarebbero da considerare monoteisti e in parte no, perché uniscono la fede in un Dio uno a quella nella trinità, e tale unione è chiamata shituf, parola che suggerisce l’amalgama di elementi religiosi diversi, o una forma di sincretismo. Tale amalgama sarebbe proibita agli ebrei, ma permessa ai non ebrei. Quest’ultima posizione è molto sfumata e di non facile interpretazione. Peraltro i Tossafot (commentatori medievali francesi del Talmud) applicano l’idea al fatto di permettere a queste persone di fare un giuramento unendo al Divino anche altre entità, ma non tutti i commentatori sono d’accordo sul fatto che i Tossafot intendessero che lo shittuf è permesso ai gentili anche a livello di adorazione e vita religiosa. In particolare nel mondo askenazita i maestri svilupparono atteggiamenti sempre molto aperti, anche per necessità pratica (vedi lo splendido libro Exlusiveness and Tolerance dello storico J.Katz).
Basandosi su quest’ultima posizione, il Rama scrive in Shuclahn Aruch Darkhei Moshe YD 156:
“Oggi è permesso [formare un partenariato con i cristiani], perché quando giurano sulle loro sacre scritture chiamate Evanghelion, non lo ritengono divino. Anche se quando menzionano Dio intendono Gesù, non menzionano l’idolatria poiché in realtà intendono il Creatore del cielo e della terra. Anche se menzionano congiuntamente (shituf) il nome di Dio e un altro nome, non vi è alcun divieto di indurre qualcuno ad nominare associando (shituf) Dio a un altro … poiché questa associazione non è proibita ai gentili.”

Il rabbino L.Jacobs spiega, in A Jewish Theology p. 26:
“I pensatori cristiani affermano frequentemente che le polemiche ebraiche contro il trinitarismo si basano su una comprensione inadeguata di ciò che la dottrina in realtà significa. È senza dubbio vero che i rozzi attacchi al cristianesimo come triteismo sono infondati (il tritismo è, di fatto, eresia dal punto di vista cristiano) e ci sono sottigliezze nella dottrina, che i cristiani hanno cercato di mostrare”

Queste diverse posizioni, di cui possiamo osservare ed ammirare la varietà e la fondatezza, sono alla base di molti atteggiamenti rabbinici più moderni nei confronti del cristianesimo e quindi della possibilità di entrare, specie a scopo culturale,ne i suoi luoghi di culto. Segue qualche esempio significativo.

Nel 1891 il rabbino Mordechay haLevy Horowitz, a Frankfurt Main, autorizzò gli ebrei a contribuire finanziariamente alla costruzione di chiese cattoliche, dimostrando nel suo responsum che il cristianesimo non è idolatria, e che è lodevolissimo mostrare pubblicamente il sostegno per i giusti di ogni religione (Teshuvot Mate Levy Yorè deà 28). Che il cristianesimo non sia per nulla idolatra, perché i cristiani usano simboli per noi discutibili, ma si riferiscono al Dio uno, è anche l’opinione di Isaac haLevy Herzog, rabbino capo d’Israele alla fondazione dello Stato (Shana b’Shana TaShMaV pagg 136-148).

Questo tipo di atteggiamento ha portato molti rabbini a essere permissivi al riguardo. Lord Immanuel Jakobovits, rabbino capo del Regno Unito dal 1967 al 1991, racconta di aver sempre visitato le chiese, facendo solo attenzione a evitare di farlo durante le messe (haRav haLord, pag 122).
Più di recente il rabbino americano Haskel Lookstein ha avuto una disputa con il Rabbinical Council of America, organizzazione dei rabbini ortodossi, perché aveva partecipato a un servizio di preghiera tenuto in chiesa dopo l’elezione del presidente Obama. Egli motivò la sua scelta portando l’esempio dei rabbini inglesi che da sempre partecipavano a cerimonie simili, il che indebolisce moltissimo la fondatezza del presunto divieto di entrare in chiesa e addirittura di assistere a una cerimonia religiosa.
Rav Ovadia Yossef, che in linea di massima non permette l’ingresso nelle chiese, racconta che quando era in servizio in Egitto, il rabbino capo gli chiese di sostituirlo come rappresentante ebraico al funerale cattolico di un diplomatico, e che l’uso consueto era quello che i rabbini partecipassero a questo tipo di cerimonie, che sono vere e proprie messe (Yabia Omer 7 ,Yore Deà 12). E infatti i rabbini hanno sempre partecipato a cerimonie funebri cattoliche per grandi personaggi. La ragione che il rabbino capo forniva era mipnè darchè shalom, ossia per i cammini della pace. La halachà ha sempre tenuto conto infatti della possibilità che alcuni atteggiamenti provocassero un discredito del popolo ebraico, e che creassero divisione e attrito nei confronti del mondo non ebraico. Questa motivazione, detta mipnè darchè shalom, “a causa delle vie dello Shalom”, è molto importante, e impone di assumere atteggiamenti aperti e collaborativi nei confronti del mondo non ebraico, salvo quando questo comporta una violazione chiara della legge ebraica (per intenderci, non sarebbe ammissibile consumare cibo non casher per cortesia verso chi lo ha preparato basandosi sul principio di mipnè darchè shalom)

Fra gli argomenti classicamente usati per proibire l’ingresso nei luoghi cristiani vi è il pericolo dell’atteggiamento di proselitismo spesso dimostrato dai cristiani, e il timore di essere sedotti dal cristianesimo, Non è falso che vi è una differenza notevole fra il caso di un rabbino, persona preparata e rigorosa nella propria vita ebraica, che in più partecipa a una cerimonia in veste di rappresentante dell’ebraismo, e il caso di un ebreo qualsiasi, in generale meno preparato, e che si trova in visita privata in una chiesa durante le vacanze. L’atteggiamento psicologico è chiaramente differente. Ma è altresì vero che raramente si è potuto osservare in tempi moderni un proselitismo attivo da parte cristiana senza che vi sia una domanda reale, ossia che dei preti o altri si aggirassero per le chiese in cerca di proseliti. Di contro, alcuni ritengono che, per evitare confusioni anche dal punto di vista pratico, sia meglio evitare la visita a una chiesa durante le funzioni (in molte chiese questo è peraltro richiesto, ed è un segno di rispetto, perché in quel momento la chiesa è propriamente luogo di culto).

Vediamo quindi che, al di là dell’applicare facili slogan come « bisogna seguire la halachà », è necessario discutere meno e studiare di più per comprendere che molti aspetti della halachà sono controversi, perché si riferiscono ad atteggiamenti filosofici e teologici profondamente differenti fra loro. Come abbiamo visto, Maimonide interpreta il cristianesimo come una eresia teologica. Ma se è solo per questo anche certe forme di ebraismo lo sarebbero. Questa è l’opinione di diversi maestri, fra cui Rabbi Isaac Bar Sheshet (il Ribash), rabbino di Valencia nel XIV secolo, secondo cui « i cattolici credono in tre divinità, e i kabbalisti in dieci », riferendosi alla dottrina delle Sefirot (Shut haRibash 157).

Invece di basarsi sul discorso prettamente teologico, appare invece più giustificato guardare al comportamento, ai fatti, il che è in generale un modus operandi ebraico. In questo senso si esprime Rav Haim David HaLevy (fu rabbino capo di Haifa e autore del Kitzur Shulchan Aruch tradotto in italiano), che scrive come sia molto più giustificato basarsi sull’opinione del Meiri, che come già visto non considera i cristiani idolatri, perché gli idolatri dell’antichità erano crudeli e perversi, ed è questa la ragione per cui era necessario tenersene a distanza (Teshuvot Asse lechà Rav 9, pag 70).

In epoca moderna appare evidente che la situazione richiede una grande buona volontà per mantenere un rapporto equilibrato e corretto con i membri delle diverse comunità religiose, nel rispetto delle differenze, e con occhio vigile. Per questo, i principi talmudici di mipnei darchè shalom (per i cammini dello Shalom) e mishum eivà (per evitare inimicizia) devono essere tenuti in conto. Non possiamo dialogare senza conoscere, e la conoscenza passa necessariamente anche dallo studio e dalla visita dei luoghi, delle manifestazioni, della cultura dei popoli in mezzo ai quali viviamo, ben contenti di viverci (questo è un elemento essenziale).

Gli argomenti precedentemente citati spesso usati per proibire, ovvero il pericolo dell’atteggiamento di proselitismo spesso dimostrato dai cristiani, e il timore di essere sedotti dal cristianesimo, sono oggi difficilmente accettabili. Sta a noi ebrei ad essere sufficientemente forti, preparati e convinti del nostro ebraismo, senza bisogno di chiudersi dietro muri che in ogni caso sono fittizi, perché, grazie a Dio, non possiamo evitare di misurarci con la cultura non ebraica, comprese le sue componenti religiose. Alternativamente dovremmo pensare, come il rabbino Haim Palagi (Turchia XVIII secolo), spesso citato come base per la proibizione di entrare in chiesa, che le chiese sono luoghi impuri, di un’impurità che ci avvolge e ci prende anche senza far nulla (Teshuvot Chaim Be’Yad perek 26). Anche questo un argomento difficilmente sostenibile oggi, e poco rispettoso nei confronti dei cattolici.

La mia posizione oggi, che è quella che consiglio quando mi viene chiesto un consiglio dovendo recarsi a una cerimonia (capita molto spesso), è che la scelta dovrebbe essere basata sui seguenti punti:

-La rinnovata posizione del mondo cristiano nei nostri confronti.
-Il fatto che, specie se si tratta di un rito funebre, il non partecipare sarebbe visto come un atto incomprensibile, il che comporterebbe ostilità e inimicizia.
– I principi talmudici di mipnè darchè shalom (per i cammini dello Shalom) e mishum eivà (per evitare inimicizia).
E’ quindi consigliabile partecipare a tali riti in modo discreto, magari rimanendo sul fondo ma mostrando la propria presenza specie a chi è in lutto, e conservando sempre un segno di appartenenza ebraica, come una Kippà per gli uomini, anche se non si ha l’abitudine di portarla (per le donne chiaramente è più difficile).
Nel caso invece di visite culturali, abbiamo visto che il problema halachico di fatto non sussiste, e in un mondo aperto sarebbe errato privarsi della ricchezza artistica che è uno degli ingredienti del progresso umano. Se poi si tratta di un viaggio scolastico, sarebbe ancora più grave privare i giovani della conoscenza di opere d’arte, nutrendo in più in loro un atteggiamento di immotivata intolleranza e diffidenza verso il mondo in cui vivono.

Non neghiamo che sia normale per un ebreo provare talvolta un certo disagio nell’entrare in una chiesa, fa parte dell’eredità di un passato difficile e ricco di sofferenze.
Ma non abbiamo scelta, se non quella di imparare ad amare e conoscere la nostra cultura e la nostra specificità senza che questo ci impedisca di dialogare, scambiare, e ammirare lo splendore dell’arte cristiana. Abbiamo visto che vi sono tutte le basi teologiche e halakhiche per poterlo fare.

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